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Luigi Benigno, Avvocato in Napoli

Brevi considerazioni sul concetto di “buon costume” e Cass., Sez. 1, 25 marzo 2026, n. 7134

30 Aprile 2026

L’estensione del concetto di buon costume (art. 2035 c.c.) all’ambito del diritto bancario e della concessione abusiva di credito rappresenta il punto più innovativo e, al contempo, più controverso dell’ordinanza 7134/2026.

Le perplessità che possono essere mosse a tale impostazione riguardano principalmente la tenuta sistematica del diritto civile e la certezza delle relazioni giuridiche.

Il buon costume è tradizionalmente inteso come il complesso dei principi etici che costituiscono la morale sociale in un dato momento.

Storicamente, la giurisprudenza ha limitato l'applicazione dell'art. 2035 c.c. a casi di offesa alla dignità umana, al pudore o alla morale sessuale.

L’ordinanza compie un salto logico sussumendo sotto la morale condotte che attengono alla correttezza professionale e alla tecnica bancaria.

Se ogni violazione di norme imperative o ogni comportamento economico scorretto diventa immorale, il confine tra nullità per ordine pubblico (art. 1418 c.c.) e contrarietà al buon costume sfuma, con conseguenze imprevedibili sulla restituzione delle prestazioni.

L'ordinanza sembra introdurre una sorta di giudizio etico sull'operato degli istituti di credito. In un sistema retto dalla certezza del diritto, le sanzioni dovrebbero derivare dalla violazione di regole precise.

Utilizzare il buon costume per sanzionare una scelta di investimento o di finanziamento (ancorché imprudente o illecita) espone le banche a una valutazione soggettiva del magistrato sulla moralità dell'operazione economica, creando un clima di forte incertezza operativa.

L'art. 2035 c.c. si fonda sul principio nemo auditur propriam turpitudinem allegans

Perché scatti l'irripetibilità, occorre che la prestazione sia turpe. 

È discutibile se la concessione di credito a un’impresa insolvente possa essere qualificata come atto turpe allo stesso modo di un contratto legato alla corruzione o al gioco d'azzardo illegale. 

Molti autori sostengono che il reato di bancarotta (anche in concorso) leda l'interesse patrimoniale dei creditori (ordine pubblico economico), ma non necessariamente i valori etico-sociali supremi richiamati dal concetto di buon costume. 

L'applicazione dell'art. 2035 c.c. comporta che la banca perda integralmente il capitale erogato, che rimane definitivamente nel patrimonio del soggetto finanziato (o della massa fallimentare). 

Questa conseguenza appare come una sanzione civile di natura punitiva, istituto che nel nostro ordinamento ha confini molto ristretti. 

La banca viene colpita due volte: perde il titolo di credito (nullità) e perde il diritto alla restituzione del tantundem (irripetibilità). 

Si crea così un arricchimento ingiustificato del debitore (o dei suoi creditori) che beneficia di una somma che non dovrà mai restituire, in aperto contrasto con il principio di equilibrio delle prestazioni. 

Il legislatore ha previsto strumenti specifici per colpire gli atti pregiudizievoli ai creditori, come le azioni revocatorie fallimentari o ordinarie. 

L'ordinanza cortocircuita il sistema delle tutele fallimentari. Se un atto è revocabile, la somma viene restituita alla massa ma il credito della banca viene ammesso al passivo (spesso in chirografo). 

Con la tesi della Cassazione, invece, il credito scompare del tutto. 

Questa interpretazione rende ad avviso di chi scrive superfluo o marginale il ricorso alla revocatoria laddove si possa provare la immoralità del finanziamento, alterando la gerarchia dei rimedi prevista dal Codice della Crisi.

La criticità di fondo risiede nella sovrapposizione tra illiceità penale e immoralità civile. 

Se ogni reato-contratto diventasse automaticamente un contratto contrario al buon costume, l'eccezione prevista dall'art. 2035 c.c. diverrebbe la regola in ambito concorsuale, trasformando il processo civile in un tribunale della morale economica con effetti potenzialmente devastanti sulla stabilità del sistema creditizio.
 

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