Esclusa la rilevanza autonoma della buona fede quale filtro morale, resta da verificare entro quali presupposti il giudizio di omologa debba svolgersi. Il baricentro si sposta allora dal contegno pregresso del debitore alla qualità dell’informazione e alla comparazione tra scenari: è qui che la sentenza in commento neutralizza la «deriva morale» paventata dall’Erario.
Il primo presidio è la disclosure. L’art. 112, comma 1, lett. c), CCII àncora l’omologa all’adeguatezza dell’informazione fornita ai creditori, intesa come completezza e veridicità dei dati posti a base del voto: è su questo terreno – e non sulla «dignità fiscale» del proponente – che il reiterato inadempimento tributario può semmai assumere rilievo, ove sia stato taciuto o rappresentato in modo fuorviante. Il dovere di correttezza informativa di cui all’art. 4 CCII si salda così con il requisito oggettivo: non un giudizio sul passato, ma una garanzia di consapevolezza del consenso.
Il secondo presidio è la preferibilità della soluzione concorsuale rispetto all’alternativa liquidatoria. Il giudizio di omologa, anche nel cram-down trasversale, resta governato dal best interest of creditors test: la proposta è confermabile in quanto, classe per classe, nessun creditore riceva meno di quanto otterrebbe nella liquidazione giudiziale, e in quanto il plusvalore da continuità sia distribuito nel rispetto delle regole di priorità. È questa comparazione – e non una valutazione di meritevolezza – a legittimare il superamento del dissenso, ivi compreso quello erariale: il valore conservato dalla continuità, se eccede lo scenario liquidatorio, costituisce la ragione sostanziale dell’omologa forzosa.
Si comprende, in questa prospettiva, perché la dottrina che ha messo in guardia contro la reintroduzione di un requisito di meritevolezza[20] colga un rischio reale. Nella prassi di merito formatasi prima del correttivo, la clausola di buona fede e il richiamo all’atto di frode ex art. 106 CCII sono stati talora impiegati per sindacare la condotta fiscale del debitore al di fuori dei casi tipizzati, riproponendo per via pretoria quel filtro etico che il Codice ha consapevolmente abbandonato per perseguire finalità di ordine pubblico economico assai distanti da temi morali.
La sentenza in commento taglia corto: il diritto della crisi è diritto funzionale alla massimizzazione e alla corretta allocazione del valore, non è chiamato a giudicare la storia dell’imprenditore al di fuori dei casi di revoca e di responsabilità. Su questo sfondo, la «deriva morale» resta neutralizzata non perché la condotta del debitore sia indifferente all’ordinamento, ma perché essa rileva altrove e non come autonomo filtro di accesso alla continuità.
In questo assetto, né il consenso delle classi dissenzienti – spesso velato di pregiudizi etici – né le valutazioni sul contegno del debitore anteriore al deposito possono costituire un ostacolo alla continuità: il CCII ha scelto di presidiare il valore e la sua distribuzione, non il merito dell’imprenditore, che oggi rimane relegato alla storia del diritto concorsuale.
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